"Ingannevole è il cuore più di ogni cosa" di J.T. Leroy è un romanzo che ha fatto impazzire i lettori più disparati: la storia autobiografica di un ragazzo appena ventenne, cresciuto da una madre prostituta e tossicomane fra abusi sessuali e violenze di ogni tipo. Si parlava di una grandissima promessa della letteratura, un giovane in grado di fare della narrativa una catarsi e al contempo uno strumento artistico di profondo valore.
Leroy ha una storia di vita che sembra già di per sé un romanzo, una disastrata fiction partorita dalla mente del Palahniuk di turno. Il 22 giugno scorso è venuto fuori che le cose stavano esattamente così: J.T. Leroy non è mai esistito; i suoi romanzi (il primo, "Sarah", è del 1999) sono stati scritti da una donna, Laura Albert, la quale si è inventata tutto: la biografia di Leroy, le sue vicissitudini, fino al suo personaggio reale - nelle apparizioni pubbliche, Leroy era infatti "interpretato" da una ragazza. Una messinscena editoriale coi fiocchi, se consideriamo che decine di celebrità hanno osannato il fantomatico scrittore e che dal suo libro è stato tratto un film (ne era in arrivo un secondo da "Sarah", poi annullato).
Premesso che alla Albert le cose non sono più andate tanto bene da quando è stata scoperta, è interessante notare come questo caso possa essere letto in chiave di fiction nella fiction, o meglio, fiction che sconfina nella realtà: il libro in sé è solo un accessorio per la vera finzione, per il vero racconto, che è quello portato avanti nel mondo reale. Paradosso artistico?
Dal sito di Fazi (che l'ha pubblicato in Italia):
«Ingannevole è il cuore più di ogni cosa è un libro affascinante, che rimescola istantaneamente le emozioni e coinvolge i lettori nella vita dei personaggi. L’aspetto più straordinario del libro è che si viene catturati dalle circostanze e dalle vite dei personaggi e si rischia di lasciarsi sfuggire la qualità della scrittura, che è eccezionale. Uno dei motivi per cui il libro è così potente ed efficace è il modo bellissimo in cui è strutturato e scritto».
Hubert Selby, Jr.
«Potente. LeRoy riesce a trattare in modo semplice le emozioni più complesse e a descrivere, senza traccia di odio o autocommiserazione, le gesta più efferate».
«Newsweek»
«Il linguaggio di JT Le Roy è lirico e vivido come un fiammifero acceso davanti al viso».
«New York Times»

...accidenti, non si notava affatto che non fosse un uomo!
[Elena]
Oggi copio: parlo di schede di lettura, prendendo spunto da due blog molto diversi tra loro, con opinioni opposte.

Sul blog della piccola casa editrice "I Sognatori", l'editore e autore Aldo Moscatelli afferma:
Sostengo da sempre che le case editrici dovrebbero spiegare a un esordiente i motivi per i quali non è possibile pubblicare un lavoro. Continuo a pensarlo, quindi gli autori dei lavori cartacei riceveranno una doverosa motivazione, che ad ogni buon conto altre case editrici non offrono.
Aldo è sempre stato orgoglioso di fornire responsi dettagliati a chi invia il proprio manoscritto; come scrittore è sempre rimasto deluso dai freddi prestampati di rifiuto.
Poco prima, però, scrive:
Da due anni inviamo agli scrittori che si rivolgono a noi una scheda di valutazione dell’opera.
Gratis.
Non si tratta di letterine prestampate con quattro righe in croce, ma di papiri che analizzano minuziosamente ogni aspetto del lavoro. Per scriverle impieghiamo delle ore, sottraendo tempo prezioso alla lettura degli altri testi. Per ottenerle da un’agenzia letteraria bisogna sborsare (se non vado errato) almeno una cinquantina di euro. Noi le forniamo gratuitamente, a chi ne fa richiesta.
Appunto! Le intenzioni sono lodevoli, l'onere enorme: il lavoro dell'editore è diverso da quello del recensore e del critico letterario.
La convinzione che una casa editrice "dovrebbe spiegare" non la condivido affatto. Stilare una scheda di valutazione è una cosa lunga, impegnativa e MERITA di essere pagata come si deve!
Anche noi scriviamo "papiri", diversamente da vere e proprie agenzie letterarie che si limitano a pensierini da terza media per centocinquanta euro a botta. Ma ci concentriamo su quello, e pretendiamo un riconoscimento per la nostra fatica.
Quindi approvo il "giro di vite" di Aldo, che da ora in avanti pretenderà un compenso simbolico al suo lavoro: l'acquisto di un libro dei "Sognatori".
Ecco infatti, chiaro e tondo, come la pensa un editor e lettore editoriale di certe pretese di attenzione, dal blog di Maura:
Dietro quelle lettere formali, che a un occhio inesperto o, mi perdoni, egoista, sembrano fredde, laconiche, impersonali e forse addirittura sciatte e offensive, c'è invece la cronica mancanza di tempo che affligge qualsiasi casa editrice, c'è la continua necessità di affrontare quotidianamente impegni diversi, c'è la stupefacente constatazione che la sorte di un libro tiene conto di mille variabili, sempre diverse, sempre imprendibili. Ed è a inseguire queste variabili che ciascun collaboratore, dall'ultimo arrivato all'editor, spende le sue ore.
Chi ha lavorato in una casa editrice sa che questa è la verità. Sa che molti "mittenti" non si curano di dare un'occhiata al catalogo, per capire da soli che un editore che pubblica manuali ha poco a che fare con un poema epico sugli Elfi di Squerez. Sa che arriva di tutto, compresi fogli sparsi e sgrammaticati senza nessuna cura.
Non sto facendo una colpa agli scrittori di voler essere pubblicati, ci mancherebbe! L'egocentrismo, però, le pretese immotivate e inconsapevoli, la petulanza, possono diventare una seccatura per un editor oberato di lavoro e per un piccolo editore distribuito solo online. Scrivere un romanzo è un lavoro molto faticoso, ma non per questo è l'unico lavoro che merita rispetto: su questo mi sembra che entrambi i blogger siano d'accordo, pur partendo da premesse diverse.
La conclusione? Mandate tutto, manoscritti e prestampati, a Studio83, e il motivo per cui siete stati cassati ve lo spieghiamo noi!

Segnalo, per chi se lo fosse fatto sfuggire, che il 15 aprile prossimo scadrà il termine massimo per l'invio dei propri elaborati al Trofeo RiLL - Riflessi di Luce Lunare, premio letterario dedicato alla narrativa fantastica in generale e decisamente quotato nell'ambiente.
I racconti potranno essere di qualunque genere fantastico (fantascienza, fantasy, horror e variabili intermedie di ogni tipo), purché contengano - appunto - elementi che vanno al di là del reale.
Il bando è qui e, per gli appassionati di fumetti o giochi di ruolo, ricordate che la premiazione avverrà al Lucca Comics and Games (non so se mi spiego!).
È online la seconda parte dell'intervista a Marcello Baraghini, fondatore e direttore editoriale di Stampalternativa. In questa seconda tranche, Baraghini spende qualche parola in più sui Bianciardini, dei quali tornerò ad occuparmi nei prossimi giorni, esplicita la sua idea di editoria - impegno, dissidenza, provocazione, qualità - e attacca chi, tra scrittori ed editori, ha fatto del disimpegno e del manierismo una bandiera fin troppo facile da far svolazzare.
Inoltre, Baraghini ci dà un breve esempio del lavoro in una casa editrice, e spezza una lancia in favore di una figura molto sottovalutata, se non rifiutata: quella dell'editor.
A fronte di molti scrittori che sento berciare contro chiunque tocchi i capolavori usciti con uno zompo dalla loro testolina alla maniera di Atena, c'è qualcuno che afferma l'esatto contrario: è un editore competente, impegnato, un editore che ha contribuito tantissimo alla storia culturale del nostro paese - sebbene di diversi orientamenti politici, mi sento di accostare Baraghini alla figura di Enrico Dall'Oglio, fondatore ed editore della Corbaccio degli anni '30, un monumento culturale completamente ignorato e misconosciuto.
Bene, Baraghini definisce chiaramente il testo manoscritto "una pietra grezza", che va lavorata da più figure, la più importante delle quali è l'editor.
Quella a Baraghini è un'intervista che consiglio a tutti di vedere; in particolare, a quegli scrittori esordienti che ci hanno contattate, prontissimi a farsi recensire gratuitamente i romanzi (e aspettandosi solo applausi sperticati, nonostante mettiamo sempre in chiaro il senso del nostro lavoro), ma che si sono dati alla macchia di fronte alla possibilità di un lavoro serio e approfondito sui loro testi, che abbiamo la presunzione li possa in qualche modo migliorare, anche solo per il fatto di riflettere sul proprio stile.
Prendendo a pretesto le parole di Baraghini, dunque, lo ripeto: ambite a essere pubblicati? Fate bene a provarci, se credete in voi stessi. Prima di spedire a destra e a manca, però, provate a mettere in discussione le vostre creature, e prima di andare incontro a figure barbine pagando per una pubblicazione immeritata (ho letto cose che voi umani...) provate a investire UN DECIMO di quei soldi in un lavoro più faticoso, più complesso, più coraggioso, più doloroso, e solo per questo più utile.
Più precisamente:

...questa?
Non era esattamente un dilemma amletico, diciamo un mezzo pensiero svolazzante che sarebbe diventato una vera e propria domanda solo quando non avrei potuto fare a meno di ignorarlo ancora.
E il momento è giunto! Grazie alla solerzia killercritica di Gamberetta, anche il blog di Studio83 può sfoggiare la macchiolina misteriosa. La verità è che mi sto facendo una cultura sui FEED solo in questi ultimi giorni, e prima che sveli del tutto il mistero potrebbe volermici qualche altro giorno, qualche altro click via google e... magari qualche altro consiglio non ci starebbe male...
"Svago, magia, gioco, esorcismo, ribellione, sete di libertà e piacere, immenso piacere: la capacità d'inventare storie è un tratto distintivo dell'uomo, quello che più di ogni altro esprime la nostra condizione di esseri privilegiati: siamo gli unici su questo pianeta (...) capaci di aggirare i limiti naturali della nostra condizione, che ci condanna ad avere una sola vita, un solo destino. E tutto grazie a quest'arma utile: la fiction."
Sono parole bellissime! Poi apro l'intervista a Baraghini - è la parte che pubblicherò martedì, sto facendo viral marketing - che ci diceva:
"Io sono un editore che pubblica romanzi sociali, romanzi che curano le ferite, che scoprono gli altarini, che denunciano. Perchè la letteratura, oggi, se non è questo è spazzatura, è evasione, si lavora solo sullo stile. La morte della letteratura del Novecento, che è stata così impegnata, è dovuta a Baricco, è dovuta ad Aldo Nove, è dovuta a coloro che hanno affermato, piuttosto che i contenuti, gli stili. In ragione di questa "scuola" di letteratura che vive di stili, io ogni giorno faccio vivere dissidenza, controinformazione - come si chiamava una volta - denuncia e provocazione."
Qui devo precisare: non intendo buttare sulla stessa barca Vargas Llosa, Nove e Baricco; inoltre è bene ricordare che Vargas Llosa, al di là della sua difesa della fiction, ha un passato di attivismo politico culminato nella candidatura alla presidenza peruviana; per ultimo, nel catalogo di Stampalternativa la qualità dei testi non è certo di secondo piano. Quindi i due punti di vista non sono roccaforti, e i due contendenti non sono talebani.
Rimane il quesito: la letteratura ha senso in quanto arte in sé, sviluppo di facoltà creative e tecniche necessarie per il solo fatto che esistono, o per compiersi deve scendere dal piedestallo, sporcarsi le mani della realtà e "aprire il fuoco" in una battaglia culturale?
I "Bianciardini" sono libretti contenenti brevi interventi di Luciano Bianciardi , "voce forse più libera, autentica e innovatrice del Novecento italiano" (dalla biografia contenuta nei Bianciardini).
Nessuno come i creatori dei Bianciardini può descriverli e spiegarne le origini, per cui rimando alle parole di Ettore Bianciardi e Marcello Baraghini: vale la pena di leggerli, per accorgersi come le battaglie o le idee per una cultura più vitale possono essere svolte altrettanto efficacemente sia con la penna che con l'arma della pubblicazione, e che in Italia, purtroppo, sono battaglie costrette a ripetersi a distanza di decenni.
L'unica cosa che mi sento di sottolineare è il prezzo dei libricini: 1 centesimo, e il fatto che siano fatti uscire e messi in circolazione senza il codice a barre, "la vera prigione moderna", come lo ha definito Baraghini stesso durante la nostra intervista (nella seconda parte, che pubblicheremo martedì prossimo insieme al testo completo).

"Come si diventa un intellettuale" è un pezzo breve e incisivo che si propone di mostrare a ogni giovane di belle speranze e poche qualità una strada rapida e indolore per avere successo: quella dell'intellettuale. Via l'eccellenza, ben venga la mediocrità: è la mediocrità che viene premiata, rispettata, tenuta da conto, perchè non fa male a nessuno e lascia le cose come stanno, semmai dà loro una ragion d'essere. E anche se non c'è niente da ridere, Bianciardi scrive un pezzo davvero godibile e arguto, perchè mette da parte l'odiato understatement in favore di un'ironia caustica e terribilmente precisa.
"Come si diventa un intellettuale" sembra scritto oggi, se non fosse che è scritto troppo bene. Chiuque può accertarsene da solo, se non dispone di un centesimo a portata di mano: QUI c'è la prima puntata dell'intervento, e dalla seconda, un concentrato di consigli indispensabili anche a ogni editor di successo (io sono fuori...) riporto uno stralcio:
Parrà strano, ma nel mondo delle lettere il peggior peccato di uno scrittore consiste nello scrivere. Il Nostro se ne asterrà, per quanto possibile: un pezzo di colore esotico a vent'anni, una cauta recensione a venticinque, a trenta, già intellettuale di successo, "curerà" il libri, evitando di scriverli o di tradurli. Due paginette di prefazione, tanto per mettere le mani avanti, mai elogiative, anzi limitatorie ("presentiamo qui raccolti alcuni scritti, minori ma significativi, pur nei loro limiti, nell'onesta traduzione di Gerolamo Traslati..."). Se il libro andà bene, suo il merito. Nel caso contrario, ci vuole assai poco a dare la colpa a chi ha lavorato. Se l'ammalato dovesse morire, si può, in coscienza, dare la colpa al "curatore"?
Mi pare quasi di vederlo... compresa la triste conclusione degli sfortunati "curati", tanto ben descritta da Bianciardi anche se con un gap di più cinquant'anni (e nel caso particolare subodorata da noi umili carogne).
E questo, vi dice niente?
Un'intera generazione di scrittori allevati, coccolati e lanciati sul mercato dagli uffici marketing delle grosse case editrici italiane è riuscita, allo scopo di mascherare la loro pochezza, nell'intento di far dimenticare quanto c'era di straordinario nella letteratura del Novecento. Scrittori cannibali e senza sangue hanno riempito tutte le pagine dei giornali, i salotti e ogni altro spazio pubblico, con i loro assordanti chiacchiericci e scalato le classifiche potendo contare sulla complicità mafiosa di critici ed intellettuali, vere e proprie protesi degli stessi uffici marketing.
[dal sito di Riaprire il fuoco]
Tanto vale affermare: viva Stampalternativa, e speriamo che i Bianciardini siano degni successori dei Millelire anche nel dare un bello scossone al mercato.
Fin dall'esordio nei primi anni Settanta, Stampa Alternativa si è distinta per il piglio provocatorio delle sue pubblicazioni, sempre coraggiose e innovative tanto nel formato quanto nei contenuti. Tra le loro iniziative più famose, la "Collana millelire", il progetto "Libera Cultura" e la recente campagna "Libri puliti" contro le case editrici a pagamento.
Senza timore di esagerare, possiamo dire che è stato un onore trovarci a intervistare un editore del calibro di Baraghini, la cui enorme esperienza e il cui entusiasmo ci hanno affascinate in un istante.
Abbiamo diviso l'intervista in due parti, a cusa della sua lunghezza e "densità" di contenuti, per la seconda parte appuntamento a martedì prossimo. Da non perdere!
Accanto alle lamentele, un diffuso, nostalgico adagio: ah, se fosse tutto come un tempo! Tanti anni fa le cose non andavano così!
Ecco, oggi sono qui a confutare questa tesi dimostrando, tra il serio e il faceto, che a quei tempi c'era chi se la passava molto peggio: Emilio Salgari, star della letteratura di intrattenimento italica, autore di cicli e saghe di culto come quella dei Pirati di Mompracem e del Corsaro Nero. Salgari fa parte di un universo editoriale antico, quel mondo cui molti, oggi, aspirano a tornare.
Facendo un giro su Wikipedia, troviamo però questo:
"Era un forzato del lavoro. I contratti l'obbligavano a scrivere tre libri l'anno: ogni libro, un migliaio di pagine in bella copia: tre pagine in bella copia ogni giorno: e se una domenica voleva riposare, o se un giorno era preso dalla febbre, all'indomani le pagine da scrivere erano sei. Più il lavoro di direzione di un periodico di viaggi, più le novelle. Per aiutarsi, cento sigarette al giorno. Più una bottiglia di marsala, che beveva da mattina a sera. All'amico pittore Gamba aveva scritto nel 1909: La professione dello scrittore dovrebbe essere piena di soddisfazioni morali e materiali. Io invece sono inchiodato al mio tavolo per molte ore al giorno ed alcune delle notte, e quando riposo sono in biblioteca per documentarmi. Debbo scrivere a tutto vapore cartelle su cartelle, e subito spedire agli editori, senza aver avuto il tempo di rileggere e correggere."
(fonte completa)
Insomma, se Salgari è leggenda, possiamo anche dire che la sua fama ha avuto un prezzo; senza più un soldo, morto suicida per l'eccessivo stress (aggravato anche da numerosi drammi familiari), la "Tigre della Magnesia", come lo chiamavano affettuosamente gli amici, ci ha però lasciato un campionario di romanzi d'avventura intramontabili, ancora capaci, a distanza di cento anni, di stuzzicare il fascino per l'esotico del lettore europeo e incollare alle pagine come pochi sanno fare.
Per più accurate informazioni biografiche e bibliografiche vi rimando qui; io mi limiterò a concludere così:
"La notte del 20 dicembre 1849 un uragano violentissimo imperversava sopra Mompracem, isola selvaggia, di fama sinistra, covo di formidabili pirati, situata nel mare della Malesia, a poche centinaia di miglia dalle coste occidentali del Borneo..."
("Le tigri di Mompracem", Einaudi, Torino 2003)

